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Zeugma n° 10

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C'è un ragazzo che come noi amava i Beatles e i rave illegali degli anni '90, che viveva in un presente eterno e al futuro pensava come si pensa a quella cambiale costosissima che hai firmato con l'illogica speranza (non il ministro ) che non arrivasse mai il giorno in cui saresti stato costretto a pagarla. C'è però un giorno in cui quel giorno arriva, e non è più tempo di reinventare un'esistenza, perché qualcuno l'ha già fatto al posto tuo: c'è un palmare su cui segnare gli spostamenti, una tabella virtuale da riempire con i risultati del giorno, una bottiglia in cui pisciare per non perdere secondi preziosi. Eccetera eccetera. Ci sono quelle storie che quasi non serve problematizzare e narrativizzare in un film, perché sono parte fondante e costitutiva del reale e come tali intimamente iperreali: odissee kafkiane che il cronista di turno sbeffeggia senza ritegno , lotte silenziosa dove il sintagma dostoevskijano "umiliati e offesi" assume finalm

Zeugma n° 9

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C'è una frase di Trockij che viene spesso citata nella vulgata popolare, oltre il contesto e i destinatari originali cui fu rivolta, per simboleggiare la rottura totale dell'evento della Rivoluzione bolscevica rispetto alla storia globale in cui si inseriva. È l'ultimo e più sublime atto di disprezzo del comandante in capo dell'Armata rossa verso il gruppo dei menscevichi che predica prudenza e compromesso nella delicata fase di transizione oltre il governo provvisorio di Kerenskij: la profezia, plumbea e minacciosa, che vede relegati i tatticisti nel posto che loro compete, quello della spazzatura della storia. Trockij, come tutte le figure messianiche, aveva torto. La spazzatura della storia è solo un alone di nebbia generato dal passaggio incessante dell'acqua di un fiume inpiena, superato il quale tutto torna come se niente fosse successo. Ogni istante, separato dalla sua storicizzazione, disconnesso dalla memoria che ne ha definito forma e carattere, viene così

Zeugma n° 8

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C'è una storia turpe che attraversa sessant'anni di vicende cittadine, uno spauracchio che prende corpo per la prima volta nel lontano 1962 e che proietta la sua ombra sulla comunità come il caliburo di cui cantava, ormai una decina d'anni fa, la Piccola Bottega Baltazar. C'è poi un'altra storia, così diversa che sembra non poter in nessun modo avere alcunché in comune con la prima, eppure in comune ha tutto: c'è un ragazzotto rampollo di buona famiglia che decide di trasformare la prima storia (o, per meglio dire, un'estensione fantastica della prima storia) nella seconda storia, quella che vede la profonda campagna mischiarsi con lo steampunk, la cultura dei biker copulare con la fantascienza agricola e con il magico grottesco, il sangue tracimare da ogni poro e inzuppare il costume. La seconda storia è interessante, perché per interi decenni sono stati molto più numerosi quelli che hanno millantato di sentirne parlare di quelli che poi l'hanno effet

Zeugma n° 7

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C'è un mondo esistito prima di un altro mondo, forse fuori da quel mondo stesso, un mondo di jukebox all'idrogeno e caffè ristretti all'autogrill, di canzoni dimenticate di Gabriella Ferri e di impercettibili tensioni di coppia. Sì, a tal proposito: c'è ancora una coppia, ancora un uomo e una donna, un cacciatore e una raccoglitrice, anzi un raccoglitore e una cacciatrice, un bob e una frangetta, un promotore della specie ed un contenitore di volontà altrui che resiste all'ultima e più definitiva pianificazione (che fa rima con profanazione). C'è una discussione, l'ennesima, e poi un viaggio di andata, o forse di ritorno, un tragitto conosciuto a memoria ma inghiottito dal buio asettico di una galleria, di una stringa quantistica ai cui poli opposti si collocano universi fra loro incompatibili. In una delle versioni del suo famosissimo Impero delle luci Magritte dipinge la propria versione di una scala escheriana , di un triangolo di Penrose : una villetta

Zeugma n° 6

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  C'è un meccanismo inconscio nel cervello umano per cui ognuno di noi si autoconvince di vivere in un presente sfuggente, teso fra un passato dorato e ricolmo di gioie imperscrutabili (naturalmente, perdute per sempre) e un futuro insidioso, una testa di ponte della ventura apocalisse che porterà in dote la fine del mondo. La verità è più semplice e assai più sconfortante: non è mai esistito il glorioso passato di cui millantiamo e per cui proviamo un'inesplicabile nostalgia, non esisterà un futuro in cui scorreranno i titoli di coda dell'umanità - non, almeno, nei modi e nelle proporzioni che immaginiamo. Dalla nostra prospettiva attuale i problemi dei nostri alter ego quindicenni ci paiono stupidi e insignificanti, ma questo accade, per l'appunto, perché i quindici anni li abbiamo passati da un pezzo. Allora, nel nostro mondo, certe preoccupazioni potevano stritolarti vivo. C'è stata un'Italia adolescente, a quattro trazioni, città-campagna-montagna-isola, us

Zeugma n° 5

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  Ci sono due frasi che nessuno dice mai, perché mettono a nudo chi le pronuncia, lo espongono alla mercé del suo interlocutore e, soprattutto, perché costituiscono l'atto supremo di annullamento dell'ego, di decostruzione della persona e del personaggio. La prima è "Mi dispiace". Detta, s'intende, non falsamente dispiacendosi di qualche cosa, ma riconoscendo sinceramente il proprio sbaglio, ammettendo di essere mancati in qualcosa nei confronti di qualcuno. Ancor più devastante è il colpo all'orgoglio inferto da tre parole che dovrebbero porsi alla base del vivere civile, delle relazioni pulite, sincere e disinteressate: "Non lo so". In fondo nessuno di noi sa un cazzo, né di sé né del mondo che lo circonda, anche se per sopravvivere in qualche modo ci diamo tutti grandi esperti di chissà che cosa. Ci sono queste due frasi, "Mi dispiace" e "Non lo so", che richiedono sì un certo sforzo di volontà, ma che ci permetterebbero di sta

Zeugma n° 4

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  C'è una distesa innevata. Una lunga, lunghissima, sterminata distesa innevata, una lastra bianca che decompone i confini fra cielo e terra, che nasconde le cose - le cose che si vedono, perlomeno - ed annulla qualsiasi rumore esterno. C'è una macchina, raminga e solitaria, che sfreccia su una strada insolentemente dritta che taglia in due questa distesa innevata. E c'è un uomo, dentro questa macchina raminga e solitaria, che vaga non sapendo esattamente dove andare, o forse lo sa benissimo ed è questo che lo fa andare: andare a dispetto del tempo, del sonno, della stanchezza, di rettilinei tutti uguali e ugualmente desolanti. Finché si palesa un piccolo villaggio, una stazione di servizio lungo questo purgatorio gelato: un accrocchio di casette che diresti subito inquietanti ancor prima di scoprire che, come quelle irreali megalopoli cinesi costruite prima che qualcuno ci vada realmente ad abitare, recano in sé il marchio di un'assenza inaspettata, di un vuoto che em