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Et in Glock ego

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Incute un po' di timore quando lo si pronuncia, il 1977: l'inizio ufficioso degli anni di piombo, la nascita della nostra Sherwood, l'incubatrice di un compromesso storico destinato a non realizzarsi mai. Un anno difficile in anni difficili, dove ad una crisi petrolifera subentrava un attentato bombarolo, ad una crisi di governo un'altra, dove si sovrapponevano le immagini di Mario Mieli e di Anna Oxa, del Parco Lambro e di Giorgiana Masi. Tempi duri, in cui l'imperativo sembrava essere lo scegliere da che parte stare, piuttosto che lo scegliere se stare da qualche parte: scelte spesso forzate quando non apertamente opportunistiche, che col passare del tempo hanno poi rivelato la loro vera, mendace natura. Si sparava per strada e si moriva per errore, nel 1977, eppure non riesco a contare le volte in cui mi sono immaginato di vivere allora, piuttosto che ora [sì, ho usato piuttosto che come non avrei dovuto], di appartenere a quel tempo piuttosto che a questo: sen…

Il sesto senso (di colpa)

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In questi giorni di comprensibile frenesia per il disfarsi della vita così come l'abbiamo sempre conosciuta (un sentimento così pervasivo che, pensate, ha fatto persino tornare in classifica una celeberrima hit degli R.E.M. di trent'anni fa), mi ha particolarmente colpito un commento di un amico, che riguarda da vicino una delle attività forzate preferite dagli italiani in questo momento: lo stare all'uscio e lo scrutare incessantemente al di fuori, nella speranza di cogliere in fallo uno o più incauti trasgressori della quarantena. Il succo dell'argomentazione era che questo proliferare di prima non attestato impegno civile non sia dettato da un effettivo senso di responsabilità verso sé e (soprattutto) verso gli altri, quanto, piuttosto, sia una manifestazione moderna di un antichissimo retaggio religioso (e, più in generale, culturale) che da sempre ci caratterizza come popolo, soprattutto nell'operoso e paganissimo nordest legato ai soldi e alla terra più che …

Aere perennius

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No, un diamante non è per sempre. Niente è per sempre, a dire la verità. E chi vi dicesse il contrario, che sia in buona o in cattiva fede, semplicemente mente. Il tempo di far parlare un po' i propri contemporanei e poi è tutto finito, inghiottito nelle sabbie di una memoria che assorbe selettivamente, distorce sistematicamente, infine espelle, inevitabilmente. I cronachisti medievali esorcizzavano così il terrore dell'oblio: registrando quello che era stato (ma chi ci dice che fosse poi stato davvero così?) e al contempo tracciando la via per quello che avrebbe dovuto essere in futuro, in un modello di uroboro circolare che nell'eterna ripetizione di un pattern cercava di ingannare la caducità della vita. Il problema è che questi cronachisti cercavano di esorcizzare il terrore dell'oblio su materiali deperibili che, a loro volta, sono infatti deperiti: ed ecco che vanno in fumo tutte le buone intenzioni, verrebbe da dire.
Persino l'arte, forse l'unica cosa c…

Sinistri privilegi

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Ho capito per la prima volta che la destra sarebbe divenuta egemone un giorno di fine febbraio di sette anni fa. Erano le elezioni del 2013, il vero punto di svolta che avrebbe trasformato il paese nella Repubblica dei Meme che è oggi. Difficile spiegarlo a parole a chi non lo ha vissuto in diretta, ma ci si può comunque provare. Si usciva, allora, dalla grande stagione del civismo arancione, il referendum dei quattro sì, il trionfo del centrosinistra in comuni e regioni, la foto di Vasto (per chi se la ricorda), il grande colpo di coda delle inchieste berlusconiane, infine l'apice di una crisi galoppante e un anno e mezzo di austerità sotto il governo Monti (sempre per chi se lo ricorda). Pareva di percepire una voglia di riscatto, un riscatto che sarebbe andato interamente a favore dello smacchiagiaguari Bersani e, forse, a quell'oggetto misterioso e dirompente che era il primo Movimento 5 Stelle. Berlusconi, lo dicevano tutti, era finito, ai minimi storici da vent'anni…

Logico e paraconsistente

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Sono dovuto andare a ricontrollare, perché chiaramente non ne ricordavo i dettagli, ma la sostanza sì: Matteo 5, 17-37, una veemente tirata di Cristo contro chi trasgredisce i precetti che garantiscono l'ingresso al regno dei cieli. Questo regno dei cieli parrebbe essere una destinazione imperdibile (anzi, come diceva un grande filosofo dei nostri tempi, destinazione paradiso città) se per entrarvi uno debba essere messo in condizione di amputarsi la mano, o deorbitarsi il bulbo, che volente o nolente si ponga in contrasto col grande obiettivo. Ad un certo punto Cristo, come Wittgenstein munito di attizzatoio di fronte ad un giovane Popper, sbraca di brutto ed intona il j'accuse definitivo: guai a chi giura sul Cielo e sul Re, o addirittura su sé stesso, perché, cito testualmente, "non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello". Questo porta ad una sola conclusione: il valore di verità di ogni enunciato prodotto da un individuo nel corso della propria v…

Parassiti e universali

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E così, per la prima volta in assoluto, ha vinto un film non americano. Ha vinto il parassita sudcoreano, la lotta di classe al tempo dei social network e dei bunker antiatomici, i poveri che risalgono dalle fognature e dagli scantinati e contaminano la purezza hi-tech dei ricchi, il loro odore neutro, la loro voglia di fare ancora l'amore. Non è la prima volta che Bong (vabbè, non faccio nemmeno la battuta sul cognome), dicevo, non è la prima volta che Bong parla di scontri classisti e di degenerazione del capitalismo - ammesso e non concesso che ne esista anche una variante non degenerata. Era già successo, a memoria, sul treno in costante movimento di Snowpiercer e con i giganti maiali modificati di Okja (qualcosa che, per chi fosse curioso, fa già capolino in un curioso film del 1968 di Francesco Casaretti, Eat it!, dove recita per la prima volta Paolo Villaggio): ma sia Snowpiercer che Okja, a differenza di Parasite, erano film abbastanza mediocri, almeno secondo il mio mode…

Metterci "classe" nella lotta

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Mi cade lo sguardo, sovrappensiero, e immediatamente sobbalzo - non voglio, non posso crederci. Riguardo meglio: non me lo sono sognato, è davvero lì. Come un terrapiattista a capo della NASA. Come un rutto in chiesa. Come una vignetta di Marione tra un caffè e una citrosodina. Me ne sto lì, seduto sulla sedia di questo ristorante che gode di buona fama nel posto in cui mi trovo - è, per capirci, lungo il viale che dal parco cittadino porta direttamente alla fortezza dove ogni anno si tiene un rinomato festival internazionale -, un ristorante, dicevo, dove si mangia bene e si spende il giusto, un giorno mi prenderò del tempo per insultare gravemente tutti quelli che ad ogni cosa rispondono "il giusto" - quanto hai speso? il giusto, ti manco? il giusto, quanti mesi di vita mi rimangono? il giusto, ma dicevamo, insomma, bel posto, bel menù e però terribile estetica, un'accozzaglia di arredo da lounge bar e finti scaffali da studio di architettura riempiti di libri, quella…