Post

Parassiti e universali

Immagine
E così, per la prima volta in assoluto, ha vinto un film non americano. Ha vinto il parassita sudcoreano, la lotta di classe al tempo dei social network e dei bunker antiatomici, i poveri che risalgono dalle fognature e dagli scantinati e contaminano la purezza hi-tech dei ricchi, il loro odore neutro, la loro voglia di fare ancora l'amore. Non è la prima volta che Bong (vabbè, non faccio nemmeno la battuta sul cognome), dicevo, non è la prima volta che Bong parla di scontri classisti e di degenerazione del capitalismo - ammesso e non concesso che ne esista anche una variante non degenerata. Era già successo, a memoria, sul treno in costante movimento di Snowpiercer e con i giganti maiali modificati di Okja (qualcosa che, per chi fosse curioso, fa già capolino in un curioso film del 1968 di Francesco Casaretti, Eat it!, dove recita per la prima volta Paolo Villaggio): ma sia Snowpiercer che Okja, a differenza di Parasite, erano film abbastanza mediocri, almeno secondo il mio mode…

Metterci "classe" nella lotta

Immagine
Mi cade lo sguardo, sovrappensiero, e immediatamente sobbalzo - non voglio, non posso crederci. Riguardo meglio: non me lo sono sognato, è davvero lì. Come un terrapiattista a capo della NASA. Come un rutto in chiesa. Come una vignetta di Marione tra un caffè e una citrosodina. Me ne sto lì, seduto sulla sedia di questo ristorante che gode di buona fama nel posto in cui mi trovo - è, per capirci, lungo il viale che dal parco cittadino porta direttamente alla fortezza dove ogni anno si tiene un rinomato festival internazionale -, un ristorante, dicevo, dove si mangia bene e si spende il giusto, un giorno mi prenderò del tempo per insultare gravemente tutti quelli che ad ogni cosa rispondono "il giusto" - quanto hai speso? il giusto, ti manco? il giusto, quanti mesi di vita mi rimangono? il giusto, ma dicevamo, insomma, bel posto, bel menù e però terribile estetica, un'accozzaglia di arredo da lounge bar e finti scaffali da studio di architettura riempiti di libri, quella…

Chi ha paura della morte?

Immagine
So che non è una scelta popolare, ma oggi vorrei lasciare per un attimo da parte le facezie e affrontare un argomento un po' più serio, che mi sta a cuore. È uno di quegli argomenti che, come ogni convitato di pietra, pervade le nostre esistenze quotidiane, infesta ogni nostro gesto e ogni nostro pensiero. Eppure, per qualche motivo, non se ne parla mai volentieri. Sarà che lo abbiamo vissuto da piccoli, sulla pelle di amici, amori e parenti, riflesso negli occhi delle persone a noi più care: sarà che il turbocapitalismo non ammette vuoti e assenze che siano più grandi dei vuoti e delle assenze che ne divorano la struttura. Ma, insomma, l'unica cosa che si deve fare in vita, a ben vedere, è morire: ed è di morte, della nostra morte nello specifico, che oggi vorrei parlare.
Vi chiedo, voi avete paura della morte? Io, vi devo dire la verità, non particolarmente, e non certo perché sia pascaliano, ma perché sono ben cosciente del fatto che della morte si possono, forse, percepir…

Ah, mici!

Immagine
Dire che non vado matto per l'ultimo periodo de Il Teatro Degli Orrori - diciamo la seconda metà, gli ultimi due dischi, tanto per capirci - sarebbe un po' un eufemismo. In particolare, oggi come allora, sono convinto che Il Mondo Nuovo, il terzo disco, sia il più classico dei giganti dai piedi d'argilla, un lavoro la cui enorme ambizione ne ottenebra la scrittura e fa collassare tutto sotto il peso di un concept che, nell'ansia di dire tutto, riesce a dire molto poco. Sono anche convinto, tuttavia, che il disco successivo, quello omonimo, non sia affatto così male come lo si dipinge: e che molte delle critiche, a mio avviso ingenerose, che ha catalizzato siano dovute proprio all'ingombrante ombra lunga del suo predecessore. In particolare c'è un pezzo, nella tracklist de Il Teatro Degli Orrori, che a mio avviso è quasi al livello dei grandi classici dell'esordio, Dell'Impero Delle Tenebre (2007) e del disco successivo, A Sangue Freddo (2009). Il pezzo…

Senza estensione

Immagine
Vi devo fare una confessione: per me Chomsky ha ragione. Di più: l'ha sempre avuta. E non parlo certo dei conflitti ebraico-palestinesi - a proposito, saluto i due sponsor, Soros e bin Salman... né tantomeno delle teorie sull'11 settembre - a proposito, il mio amico!, saluto il mio amico John Cena, che in diretta ha celebrato quella panzana incredibile sulla morte di bin Laden!... no, ecco, parlo di lingua. Non la nostra lingua: lingua, senza articolo. Lingua, cioè, come capacità biologica propria dell'essere umano e in lui stesso innata. Lingua, quindi, come proprietà di combinare un numero discreto di elementi per generare combinazioni potenzialmente infinite, che siano rette sulla gerarchia (come Sanremo) e sulla ricorsività (come Radio Sherwood). Non può essere diversamente da così: se la lingua... cazzo, mi è scappato l'articolo... vabbè. Se la lingua servisse per comunicare, dovremmo fare tabula rasa di tutte le ambiguità, le vaghezze, le imprecisioni, i frainte…

Venti verso il 2020

Immagine
Tre: i mesi passati a Novi Sad.
Quattro: i nuovi paesi visitati per la prima volta.
Sei: le presentazioni òllaraundeuòrl.
Mille: il traguardo, raggiunto l'11 dicembre, delle recensioni scritte in 12 anni.
Due: i coglioni che vi siete già fatti leggendo questa lista.
Una: la tesi di dottorato che ha cominciato a mordere al collo.
(Solamente) cento: i dischi ascoltati quest'anno (per via del complesso di motivi di cui sopra).
Venti: quelli scelti da me qui sotto.

Ordine decrescente e link, ove presente, a una recensione di Storiadellamusica.

20) The Pirate Ship Quintet - Emitter (Denovali, post rock, 60:51)


19) Alarmist - Sequesterer (Small Pond, math rock, 40:14)


18) Sarah Tandy - Infection In The Sentence (Jazz Re:freshed, be bop, 34:57)


17) Mai Mai Mai - Nel Sud (La Tempesta Internationa, noise, 34:52)


16) Julie's Haircut - In The Silence Electric (Rocket, psichedelia, 41:59)


15) Tool - Fear Inoculum (Tool Dissectional / RCA, prog metal, 86:43)


14) Squadra Omega - Antiterra (Mac…

Kad ti se jede u Novom Sadu... - Cinque posti (+ uno) dove andare a mangiare a Novi Sad

Immagine
Ho sempre pensato che una delle opportunità e, anzi, forse uno dei doveri di un soggiorno all'estero, qualsiasi siano i motivi che spingono una persona a vivere lontano da casa per un certo periodo, sia conoscere la propria nuova città dal punto di vista gastronomico. Quello che non si impara in un'aula universitaria, o non si riesce ad approfondire nella fuggevole interazione di strada, spesso lo si apprende attorno ad un tavolo. C'è chi parlerebbe di "rispetto" verso le altrui tradizioni o di "curiosità" verso ciò che non si conosce. Probabilmente è vero, ma a me piace pensare che frequentare locali e ristoranti di una nuova città sia, più semplicemente, un modo come un altro per sentirsi a proprio agio in situazioni di cui non si ha ancora diretta esperienza, un modo per integrarsi facilmente in un nuovo ambiente, accettando apertamente di giocare con le altrui regole. Non secondario è poi l'aspetto estetico, se si vuole edonistico, dell'int…